lunedì 23 agosto 2010
Io ho paura [flusso di pensieri]
Ho paura di me stesso. Ho paura di quello che faccio. Solo ora capisco cosa vuol dire essere l’elefante in una cristalleria. Solo ora capisco chi diceva “proteggimi da quello che voglio”. Solo ora capisco chi diceva “da un grande potere derivano grandi responsabilità”. Qual è il mio potere? Io sconvolgo la vita alle persone. Spazzo via le convinzioni, i pregiudizi, gli schemi e le abitudini. Ho avuto spesso questa impressione, ma solo ora ne sono pienamente convinto. Ma tutto questo avviene anche senza fare grandi gesti: cose semplici, quasi ordinarie, ma che unite ad eventi casuali, hanno avuto effetti profondi. E tutto questo senza che io lo volessi realmente. Per questo ho paura. Ho paura di non avere il pieno controllo su quello che faccio. Ed è per questo che in quattro giorni è cambiata tutta la mia vita. Negli ultimi cinque mesi sono successe così tante cose, ho sconvolto la mia stessa vita per cominciare una nuova esistenza. Ho imparato a vivere davvero. Ho imparato a leggere i sentimenti delle persone. Sicuramente non si finisce mai di imparare, ma posso dire di essere cresciuto molto. Ho passato i cinque mesi più strani, pieni di novità, densi e belli della mia vita. Dentro questi giorni ci sono stati anche i tre mesi più belli della mia vita. Per una volta nella mia vita, sono stato davvero felice. E tutto questo è stato merito di una sola persona. Ma in questi mesi sono arrivati anche gli errori. Ed è sugli errori che ho improvvisamente capito tutto quello che ho imparato. Ho capito anche me stesso. Ho capito anche cosa cercavo veramente. Sugli errori ho anche pianto, dopo sette anni in cui mi ero quasi convinto che non l’avrei mai più fatto. Non ho nessun rimpianto, perché sono convinto che ho fatto tutto in buona fede. Pensavo che non sarei mai riuscito a ferire una persona, ma mi sbagliavo, perché non basta essere buoni e calmi, bisogna anche sapere come comportarsi. Spero di averlo capito, ora. Ieri cominciavo una strada nuova, e in cuor mio spero di aver preso quella definitiva. Perché rimane sempre una speranza: che anche dagli errori, alla fine, si può far nascere qualcosa di buono.
martedì 3 agosto 2010
Tre Parole
[Grazie a questo racconto ho conquistato il terzo posto al concorso di prosa del mio vecchio liceo. Non so quanto valga, ma penso di poterlo pubblicare senza timore]
Orfano. Ecco come un solo aggettivo potesse riassumere tutta la tristezza del suo passato. Ed il passato è il passato, quindi non si era mai chiesto perché si era trovato in quella situazione; cosa che sicuramente qualcun altro sapeva, ma lui non si era mai premurato di conoscere. La sua memoria risaliva fino al ricordo delle strade in cui vagava da bambino. Probabilmente anche allora qualcuno si prendeva cura di lui, ma nemmeno questo era importante, poiché ora quella persona non contava più nulla per lui. Invece, la prima persona che si ricordava di avere incontrato era proprio la prima che gli aveva cambiato la vita. E come non ricordare la sua entrata in scena? Mentre egli tentava di rubare – proprio a lui – quel poco cibo che si era trovato quel giorno.
“Ehi, ehi, calmo – disse al suo accenno di urla – “pensavi forse che volessi rubarti da mangiare?”
Era una scusa inutile, e lui lo sapeva bene. Ma continuò a parlare. “Era solo una prova, ragazzo, volevo misurare la tua… sensibilità. E’ normale che tu non mi abbia mai visto, ma più della metà dei furti che avvengono qui tra i vagabondi sono opera mia. Sono disposto a far diventare anche te un esperto in questo campo, e puoi scommettere che ci riuscirai. Sei stato il primo a beccarmi, e ti assicuro che non è cosa facile. Si vede che hai talento.”
Il resto del suo monologo servì a far accettare la sua proposta. E che proposta: gli promise mari, monti e ricchezze, cose a cui un bambino crede facilmente. Solo alla fine gli disse il suo nome (fittizio, si vedeva lontano un chilometro): Mok. Quindi, ecco che anche lui si impegna a compiere piccoli furti, seguito a pochi giorni di distanza da alcuni altri. Insomma, sembrava che stesse nascendo una nuova banda, in cui Mok si comportava da capo e fratello maggiore. E lui interpretava benissimo quel ruolo: sicuramente era più grande di tutti loro (addirittura quasi adulto), convinceva tutti con le sue parole affascinanti, si prendeva cura di tutti quelli che lo aiutavano e parlava spesso di strani progetti grandiosi. Infatti, ben presto tutti loro da orfani sparsi per le strade si costruirono una piccola baracca comune in un luogo fuori dagli sguardi indiscreti. E si cominciarono a dare delle regole: tutti avrebbero dovuto avere un nome di tre lettere pronunciabile, ognuno avrebbe operato in un luogo preciso da soli, e altre ancora.
Borseggiatore. Ecco come poteva definire in una parola tutta la sua situazione presente. Si trovava in mezzo alla folla, pronto a far scattare la mano non appena qualcosa di utile sarebbe stato troppo incustodito. Non era uno scippatore: scippare implicava mettersi troppo in vista, oppure poter essere riconosciuto, ma soprattutto non permetteva alla vittima di accorgersi di quello che stava accadendo, se non quando ormai si erano dileguati. E’ quello che Mok ripeteva a chiunque entrava a far parte della banda: non avrebbe mai permesso a nessuno di violare queste poche direttive sul proprio compito. E come dargli torto? Ormai vivevano su quel tipo di guadagni, e se qualcuno fosse stato beccato, le conseguenze sarebbero state disastrose sull’intera banda. Come avrebbero potuto risolvere quella situazione?
Mok riusciva anche a rassicurare tutti, quando vennero a sapere che rubare poteva essere punito. “Tanto sono gli altri che non capiscono nulla: sono loro a sbagliare in questo caso, perché noi ladri in realtà rispettiamo la proprietà. Semplicemente vogliamo che la proprietà degli altri diventi nostra, così possiamo rispettarla meglio”. La sostanza del discorso era questo, ma lui lo pronunciò diversamente, con il suo solito modo di parlare capace di convincere tutti i ragazzi, che ovviamente credettero al suo pensiero completamente errato.
Ma c’era una cosa che Mok odiava più di tutte: l’omicidio. Anche se non l’aveva mai detto apertamente, questo fatto fu evidente quando scoprì che uno di loro, durante il giorno, aveva rubato anche un’arma. La sua reazione fu terribile, e servì anche a dissuadere tutti dall’imitare il loro compare. Dopo aver inveito contro di lui, davanti a tutti gli altri, lo cacciò senza esitazione, condannandolo, di fatto, alla morte. Infatti, non passò molto tempo che fu ritrovato (morto di inedia) da uno dei suoi ex-compari.
Tutto questo avveniva non molto tempo fa. Ma lui sentiva di non essere più un bambino. Cominciava a comprendere che Mok diceva cose sbagliate, e che quel suo atteggiamento intransigente su come rubare alla fine sarebbe risultato deleterio per tutti. Voleva un’arma. Aveva visto come Mok si era spaventato alla vista di quell’oggetto. Se la gente ne aveva così paura, allora perché non usarla? Rubare sarebbe stato più semplice, e poi le vittime non si sarebbero azzardate a rivoltarsi contro di loro. Decise che era stufo della vita che conduceva, avrebbe detto a Mok di cambiare opinione. Era lui il più grande, era lui il più bravo, era lui il più fidato! Ecco un’altra cosa che non gli andava a genio: ogni notte Mok voleva che uno di loro stesse con lui, ma a lui non l’aveva mai chiesto. Quando lo venne a sapere non fece pesare molto la cosa, ma ora che ci pensava la cosa gli faceva rabbia. Questa sera avrebbe parlato sicuramente con lui!
Ma mentre questi pensieri gli invadevano la mente, sentì una mano afferrargli il polso. Si accorse che, senza volerlo realmente, stava sfilando dalla tasca posteriore di un passante un portafoglio troppo in vista. Ed era stato scoperto.
“Questo non è per te!” disse la persona che ora stava di fronte a lui e lo fissava intensamente.
Non gli era mai successo di essere preso mentre tentava di rubare. Ma non si fece prendere dal panico, Mok aveva pensato anche a questo; quindi si mise a recitare la parte che gli aveva insegnato.
“La prego signore, sono un povero bambino affamato, ho bisogno di mangiare! Mi capisca! Mi aiuti!” nessuno nella folla si fermò ad osservare la scena, come aveva sperato. L’unica speranza era che quel signore cedesse.
“Come ti chiami, ragazzo?” disse lui, continuando a fissarlo intensamente. “Non ho nome! Sono un povero vagabondo!” si affrettò a rispondere. Era la verità, anche se possedeva il suo nome in codice di tre lettere.
“Allora ti chiamerò ragazzo.” E tirò fuori, senza farsi vedere dal resto della folla, proprio quello che lui poco prima desiderava avere: un’arma! E che arma! Era lucidissima e senza nemmeno un graffio, non come quella tutta arrugginita che Mok aveva gettato via. Improvvisamente, smise di recitare e guardò con stupore l’arma, poi levò gli occhi al signore che l’aveva preso. Stava ridendo. Notò solo ora che era giovanissimo, anche se si vedeva che era un adulto, e vestiva in modo accurato.
“Vedo che ti piace, ragazzo. Se vuoi te ne posso regalare una uguale. Vieni con me”. “Veramente me ne daresti una?” era estasiato da quella proposta: finalmente poteva andarsene dalla banda di Mok!
“Ma certo. Ti paio uno che mente? – e rise ancora – forza, vieni!” e gli strattonò il polso.
Quindi si decise a seguire quel signore. Appena avuta in mano l’arma, avrebbe rubato a modo suo. Avrebbe cercato qualcuno disposto ad unirsi per rubare grandi somme, e perché non sostituirsi al posto di Mok? Con i soldi che avrebbe rubato avrebbe comprato un’arma per tutti i suoi compari, e Mok non si sarebbe potuto opporre, intimorito da tutte quelle armi! Ora era veramente felice: sarebbe diventato un Boss del crimine! Però “Boss del crimine” erano tre parole: voleva trovare un modo per definire in un solo termine il suo futuro. Quale avrebbe potuto essere?
Ma mentre pensava a queste cose e camminava, la sua domanda sarebbe rimasta senza risposta. Anzi, no: fu l’ultimo suo pensiero a trovare la parola adatta per il suo futuro.
Morte.
Orfano. Ecco come un solo aggettivo potesse riassumere tutta la tristezza del suo passato. Ed il passato è il passato, quindi non si era mai chiesto perché si era trovato in quella situazione; cosa che sicuramente qualcun altro sapeva, ma lui non si era mai premurato di conoscere. La sua memoria risaliva fino al ricordo delle strade in cui vagava da bambino. Probabilmente anche allora qualcuno si prendeva cura di lui, ma nemmeno questo era importante, poiché ora quella persona non contava più nulla per lui. Invece, la prima persona che si ricordava di avere incontrato era proprio la prima che gli aveva cambiato la vita. E come non ricordare la sua entrata in scena? Mentre egli tentava di rubare – proprio a lui – quel poco cibo che si era trovato quel giorno.
“Ehi, ehi, calmo – disse al suo accenno di urla – “pensavi forse che volessi rubarti da mangiare?”
Era una scusa inutile, e lui lo sapeva bene. Ma continuò a parlare. “Era solo una prova, ragazzo, volevo misurare la tua… sensibilità. E’ normale che tu non mi abbia mai visto, ma più della metà dei furti che avvengono qui tra i vagabondi sono opera mia. Sono disposto a far diventare anche te un esperto in questo campo, e puoi scommettere che ci riuscirai. Sei stato il primo a beccarmi, e ti assicuro che non è cosa facile. Si vede che hai talento.”
Il resto del suo monologo servì a far accettare la sua proposta. E che proposta: gli promise mari, monti e ricchezze, cose a cui un bambino crede facilmente. Solo alla fine gli disse il suo nome (fittizio, si vedeva lontano un chilometro): Mok. Quindi, ecco che anche lui si impegna a compiere piccoli furti, seguito a pochi giorni di distanza da alcuni altri. Insomma, sembrava che stesse nascendo una nuova banda, in cui Mok si comportava da capo e fratello maggiore. E lui interpretava benissimo quel ruolo: sicuramente era più grande di tutti loro (addirittura quasi adulto), convinceva tutti con le sue parole affascinanti, si prendeva cura di tutti quelli che lo aiutavano e parlava spesso di strani progetti grandiosi. Infatti, ben presto tutti loro da orfani sparsi per le strade si costruirono una piccola baracca comune in un luogo fuori dagli sguardi indiscreti. E si cominciarono a dare delle regole: tutti avrebbero dovuto avere un nome di tre lettere pronunciabile, ognuno avrebbe operato in un luogo preciso da soli, e altre ancora.
Borseggiatore. Ecco come poteva definire in una parola tutta la sua situazione presente. Si trovava in mezzo alla folla, pronto a far scattare la mano non appena qualcosa di utile sarebbe stato troppo incustodito. Non era uno scippatore: scippare implicava mettersi troppo in vista, oppure poter essere riconosciuto, ma soprattutto non permetteva alla vittima di accorgersi di quello che stava accadendo, se non quando ormai si erano dileguati. E’ quello che Mok ripeteva a chiunque entrava a far parte della banda: non avrebbe mai permesso a nessuno di violare queste poche direttive sul proprio compito. E come dargli torto? Ormai vivevano su quel tipo di guadagni, e se qualcuno fosse stato beccato, le conseguenze sarebbero state disastrose sull’intera banda. Come avrebbero potuto risolvere quella situazione?
Mok riusciva anche a rassicurare tutti, quando vennero a sapere che rubare poteva essere punito. “Tanto sono gli altri che non capiscono nulla: sono loro a sbagliare in questo caso, perché noi ladri in realtà rispettiamo la proprietà. Semplicemente vogliamo che la proprietà degli altri diventi nostra, così possiamo rispettarla meglio”. La sostanza del discorso era questo, ma lui lo pronunciò diversamente, con il suo solito modo di parlare capace di convincere tutti i ragazzi, che ovviamente credettero al suo pensiero completamente errato.
Ma c’era una cosa che Mok odiava più di tutte: l’omicidio. Anche se non l’aveva mai detto apertamente, questo fatto fu evidente quando scoprì che uno di loro, durante il giorno, aveva rubato anche un’arma. La sua reazione fu terribile, e servì anche a dissuadere tutti dall’imitare il loro compare. Dopo aver inveito contro di lui, davanti a tutti gli altri, lo cacciò senza esitazione, condannandolo, di fatto, alla morte. Infatti, non passò molto tempo che fu ritrovato (morto di inedia) da uno dei suoi ex-compari.
Tutto questo avveniva non molto tempo fa. Ma lui sentiva di non essere più un bambino. Cominciava a comprendere che Mok diceva cose sbagliate, e che quel suo atteggiamento intransigente su come rubare alla fine sarebbe risultato deleterio per tutti. Voleva un’arma. Aveva visto come Mok si era spaventato alla vista di quell’oggetto. Se la gente ne aveva così paura, allora perché non usarla? Rubare sarebbe stato più semplice, e poi le vittime non si sarebbero azzardate a rivoltarsi contro di loro. Decise che era stufo della vita che conduceva, avrebbe detto a Mok di cambiare opinione. Era lui il più grande, era lui il più bravo, era lui il più fidato! Ecco un’altra cosa che non gli andava a genio: ogni notte Mok voleva che uno di loro stesse con lui, ma a lui non l’aveva mai chiesto. Quando lo venne a sapere non fece pesare molto la cosa, ma ora che ci pensava la cosa gli faceva rabbia. Questa sera avrebbe parlato sicuramente con lui!
Ma mentre questi pensieri gli invadevano la mente, sentì una mano afferrargli il polso. Si accorse che, senza volerlo realmente, stava sfilando dalla tasca posteriore di un passante un portafoglio troppo in vista. Ed era stato scoperto.
“Questo non è per te!” disse la persona che ora stava di fronte a lui e lo fissava intensamente.
Non gli era mai successo di essere preso mentre tentava di rubare. Ma non si fece prendere dal panico, Mok aveva pensato anche a questo; quindi si mise a recitare la parte che gli aveva insegnato.
“La prego signore, sono un povero bambino affamato, ho bisogno di mangiare! Mi capisca! Mi aiuti!” nessuno nella folla si fermò ad osservare la scena, come aveva sperato. L’unica speranza era che quel signore cedesse.
“Come ti chiami, ragazzo?” disse lui, continuando a fissarlo intensamente. “Non ho nome! Sono un povero vagabondo!” si affrettò a rispondere. Era la verità, anche se possedeva il suo nome in codice di tre lettere.
“Allora ti chiamerò ragazzo.” E tirò fuori, senza farsi vedere dal resto della folla, proprio quello che lui poco prima desiderava avere: un’arma! E che arma! Era lucidissima e senza nemmeno un graffio, non come quella tutta arrugginita che Mok aveva gettato via. Improvvisamente, smise di recitare e guardò con stupore l’arma, poi levò gli occhi al signore che l’aveva preso. Stava ridendo. Notò solo ora che era giovanissimo, anche se si vedeva che era un adulto, e vestiva in modo accurato.
“Vedo che ti piace, ragazzo. Se vuoi te ne posso regalare una uguale. Vieni con me”. “Veramente me ne daresti una?” era estasiato da quella proposta: finalmente poteva andarsene dalla banda di Mok!
“Ma certo. Ti paio uno che mente? – e rise ancora – forza, vieni!” e gli strattonò il polso.
Quindi si decise a seguire quel signore. Appena avuta in mano l’arma, avrebbe rubato a modo suo. Avrebbe cercato qualcuno disposto ad unirsi per rubare grandi somme, e perché non sostituirsi al posto di Mok? Con i soldi che avrebbe rubato avrebbe comprato un’arma per tutti i suoi compari, e Mok non si sarebbe potuto opporre, intimorito da tutte quelle armi! Ora era veramente felice: sarebbe diventato un Boss del crimine! Però “Boss del crimine” erano tre parole: voleva trovare un modo per definire in un solo termine il suo futuro. Quale avrebbe potuto essere?
Ma mentre pensava a queste cose e camminava, la sua domanda sarebbe rimasta senza risposta. Anzi, no: fu l’ultimo suo pensiero a trovare la parola adatta per il suo futuro.
Morte.
mercoledì 13 gennaio 2010
Fuggire dall'Italia?
Andare via dall'Italia è un pensiero che molti fanno. Alcuni si decidono a fare questo passo, altri no. Ma invito tutti coloro che hanno questo pensiero, prima di prendere una decisione definitiva, a leggere questa lettera. E' stata scritta da Benedetta Tobagi (figlia di Walter Tobagi, che spero tutti voi conosciate) proprio in risposta ad un padre che invita suo figlio ad andarsene dall'Italia. Inutile dire che, se la cito qui, è perchè sottoscrivo in pieno ciò che è scritto. Vorrei anche sottolineare il fatto che se non siamo disposti a lottare fin dal momento in cui dobbiamo farci spazio qui, allora non lo faremo neanche per i problemi che troveremo in seguito. Perchè fuori dai nostri confini non troviamo di certo il paradiso.
Caro Direttore, immagino che la lettera di Pier Luigi Celli, "Figlio mio, lascia questo paese" (Repubblica, 30 novembre) sia nata come una provocazione.
Anche concedendolo, mi pare che il testo, per ciò che dice, per come è costruito, sia esso stesso un sintomo preoccupante dei mali che vorrebbe denunciare: anche per questo, credo, ha dato fastidio a molti. È triste che per denunciare una situazione di grave disagio e degrado della vita civile, il direttore generale dell´università Luiss scelga l´espediente retorico della "lettera al figlio", e si lanci in doglianze dure, ma generiche, sui mali italiani e sull´assenza di un futuro possibile per i giovani che restano a vivere in Italia.
Se di provocazione si tratta, infatti, sarebbe stato uno scossone salutare che uscisse piuttosto dalla penna di un figlio, o comunque, di un giovane. L´identità dei figli si costruisce anche nella contrapposizione al mondo dei padri. Il momento della critica è parte integrante del processo di maturazione. Dalla penna di un padre, tanto più in questo caso, considerata la posizione pubblica che ricopre, sarebbe stato bello leggere del suo impegno accademico per tentare di rinnovare la classe dirigente, ritrovare - magari - un´analisi degli ostacoli incontrati, un atto di denuncia del mondo che conosce o ha conosciuto, con fatti, dati, numeri e nomi. Parole pensate per continuare ad agire sul proprio frammento mondo, nel tentativo di renderlo, anche se in piccolo, più abitabile, anche per il figlio. Parole che insegnassero al figlio il coraggio e l´ostinazione dell´impegno, anche se le circostanze ambientali sono le più scoraggianti. Invece il padre, confessato il proprio personale fallimento, incita il figlio ad andarsene.
Conta solo il privato, il proprio interesse: non fare il mio errore, pensa a te e vattene lontano. A lui, istruito, intelligente, brillante, non affida il messaggio di mettercela tutta, a costo di delusioni, frustrazioni, sacrifici, per risollevare le sorti del Paese, perché spendersi per il bene comune, proprio quando le cose vanno male, "qualunque cosa succeda" (per citare l´avvocato Giorgio Ambrosoli) è un´impresa che riempie di senso la vita. Ai figli tocca l´onere di affrontare questo Paese ferito e travagliato e anche denunciarne i mali, ma i padri non dovrebbero abdicare al proprio ruolo.
A livello simbolico, il padre è l´uomo divenuto capace di accudimento e di responsabilità. Al padre spetta di lavorare nel mondo e preparare il figlio a entrarvi. La letteratura classica ci consegna le immagini potenti di Ulisse, Enea e soprattutto Ettore, l´eroe dei troiani: accomunati dal tratto paterno inteso come progetto di futuro e responsabilità. In un bel saggio intitolato proprio "Il gesto di Ettore" lo psicanalista Luigi Zoja analizza gli effetti dell´attuale "rarefazione del padre", il venir meno di "riti di passaggio all´età adulta mediati da figure paterne autorevoli" e di "un modello verticale capace di innescare processi sulla responsabilità".
La lettera di Celli si basa sull´assunto che oggi l´alternativa è tra rassegnarsi allo schifo o scappare e salvare se stessi. Non è così. Le "passioni grigie", come le ha chiamate Remo Bodei (onestà, onore, rispetto di sé e dell´altro, far bene il proprio lavoro, non accettare corruzione e intimidazione) non sono morte. Girando per l´Italia, soprattutto frequentando il circuito "invisibile" delle associazioni culturali, o i poli di una rete come "Libera", si incontra tanta gente che lavora, e molto bene, e soprattutto con i ragazzi, per creare anticorpi a una situazione che a troppi sembra senza speranza. Luoghi dove la denuncia di ciò che non va si accompagna sempre ad azioni costruttive: magari a livello locale, su piccola scala: ma l´umiltà del passo dopo passo è la linfa e la premessa di ogni vero cambiamento.
Penso a una sostituto procuratore che ha speso la vita a cercare di contrastare i reati ambientali e la criminalità organizzata. Con frustrazioni e difficoltà quasi inimmaginabili. Quando si scoraggia, pensa alle parole di suo padre, avvocato e sindaco, che le ha trasmesso il senso del valore di compiere il proprio dovere. Si rende conto che il problema è strutturale e occorrerebbe modificare la mentalità dei cittadini. Continua dunque a fare il suo lavoro, però investe tempo anche in incontri pubblici per sensibilizzare la popolazione locale sulle problematiche ambientali. Ha una figlia che studia legge. In Italia. Penso a chi si rompe la testa per cercare di immaginare modi, linguaggi, strumenti nuovi per trasmettere ai ragazzi una cultura del rispetto delle regole, linfa perché domani l´Italia sia un po´ diversa. Ci sono padri che vivono con lo spettro di dover lasciare il paese, un domani, perché non riescono più a mantenere se stessi e la famiglia. Un giovane freelance, classe 1972, orgoglioso padre di una bimba di un anno (la madre, neanche farlo apposta, è una hostess di terra che ha sofferto tutte le tempeste del caso Alitalia): «Certo che la tentazione di andarsene guardandosi in giro è forte. Ma sarebbe una fuga. Adesso sono nel pieno delle mie forze, e voglio tentare tutto il possibile per darle un futuro qui». Questo è parlare. Da uomo, da padre, da italiano. Sono molto contenta per sua figlia, e anche per me. Mi ha fatto sentire meno sola. Ho trentadue anni, sono molto indignata, ma voglio continuare a vivere in Italia. Con tante scorribande all´estero (e invito tutti i ragazzi a fare lo stesso, se possono!), per prendere ciò che qui non trovo, per metterlo nel mio lavoro, per seminare nel mio Paese. C´è troppo da fare e c´è bisogno di tutti.
Benedetta Tobagi
Caro Direttore, immagino che la lettera di Pier Luigi Celli, "Figlio mio, lascia questo paese" (Repubblica, 30 novembre) sia nata come una provocazione.
Anche concedendolo, mi pare che il testo, per ciò che dice, per come è costruito, sia esso stesso un sintomo preoccupante dei mali che vorrebbe denunciare: anche per questo, credo, ha dato fastidio a molti. È triste che per denunciare una situazione di grave disagio e degrado della vita civile, il direttore generale dell´università Luiss scelga l´espediente retorico della "lettera al figlio", e si lanci in doglianze dure, ma generiche, sui mali italiani e sull´assenza di un futuro possibile per i giovani che restano a vivere in Italia.
Se di provocazione si tratta, infatti, sarebbe stato uno scossone salutare che uscisse piuttosto dalla penna di un figlio, o comunque, di un giovane. L´identità dei figli si costruisce anche nella contrapposizione al mondo dei padri. Il momento della critica è parte integrante del processo di maturazione. Dalla penna di un padre, tanto più in questo caso, considerata la posizione pubblica che ricopre, sarebbe stato bello leggere del suo impegno accademico per tentare di rinnovare la classe dirigente, ritrovare - magari - un´analisi degli ostacoli incontrati, un atto di denuncia del mondo che conosce o ha conosciuto, con fatti, dati, numeri e nomi. Parole pensate per continuare ad agire sul proprio frammento mondo, nel tentativo di renderlo, anche se in piccolo, più abitabile, anche per il figlio. Parole che insegnassero al figlio il coraggio e l´ostinazione dell´impegno, anche se le circostanze ambientali sono le più scoraggianti. Invece il padre, confessato il proprio personale fallimento, incita il figlio ad andarsene.
Conta solo il privato, il proprio interesse: non fare il mio errore, pensa a te e vattene lontano. A lui, istruito, intelligente, brillante, non affida il messaggio di mettercela tutta, a costo di delusioni, frustrazioni, sacrifici, per risollevare le sorti del Paese, perché spendersi per il bene comune, proprio quando le cose vanno male, "qualunque cosa succeda" (per citare l´avvocato Giorgio Ambrosoli) è un´impresa che riempie di senso la vita. Ai figli tocca l´onere di affrontare questo Paese ferito e travagliato e anche denunciarne i mali, ma i padri non dovrebbero abdicare al proprio ruolo.
A livello simbolico, il padre è l´uomo divenuto capace di accudimento e di responsabilità. Al padre spetta di lavorare nel mondo e preparare il figlio a entrarvi. La letteratura classica ci consegna le immagini potenti di Ulisse, Enea e soprattutto Ettore, l´eroe dei troiani: accomunati dal tratto paterno inteso come progetto di futuro e responsabilità. In un bel saggio intitolato proprio "Il gesto di Ettore" lo psicanalista Luigi Zoja analizza gli effetti dell´attuale "rarefazione del padre", il venir meno di "riti di passaggio all´età adulta mediati da figure paterne autorevoli" e di "un modello verticale capace di innescare processi sulla responsabilità".
La lettera di Celli si basa sull´assunto che oggi l´alternativa è tra rassegnarsi allo schifo o scappare e salvare se stessi. Non è così. Le "passioni grigie", come le ha chiamate Remo Bodei (onestà, onore, rispetto di sé e dell´altro, far bene il proprio lavoro, non accettare corruzione e intimidazione) non sono morte. Girando per l´Italia, soprattutto frequentando il circuito "invisibile" delle associazioni culturali, o i poli di una rete come "Libera", si incontra tanta gente che lavora, e molto bene, e soprattutto con i ragazzi, per creare anticorpi a una situazione che a troppi sembra senza speranza. Luoghi dove la denuncia di ciò che non va si accompagna sempre ad azioni costruttive: magari a livello locale, su piccola scala: ma l´umiltà del passo dopo passo è la linfa e la premessa di ogni vero cambiamento.
Penso a una sostituto procuratore che ha speso la vita a cercare di contrastare i reati ambientali e la criminalità organizzata. Con frustrazioni e difficoltà quasi inimmaginabili. Quando si scoraggia, pensa alle parole di suo padre, avvocato e sindaco, che le ha trasmesso il senso del valore di compiere il proprio dovere. Si rende conto che il problema è strutturale e occorrerebbe modificare la mentalità dei cittadini. Continua dunque a fare il suo lavoro, però investe tempo anche in incontri pubblici per sensibilizzare la popolazione locale sulle problematiche ambientali. Ha una figlia che studia legge. In Italia. Penso a chi si rompe la testa per cercare di immaginare modi, linguaggi, strumenti nuovi per trasmettere ai ragazzi una cultura del rispetto delle regole, linfa perché domani l´Italia sia un po´ diversa. Ci sono padri che vivono con lo spettro di dover lasciare il paese, un domani, perché non riescono più a mantenere se stessi e la famiglia. Un giovane freelance, classe 1972, orgoglioso padre di una bimba di un anno (la madre, neanche farlo apposta, è una hostess di terra che ha sofferto tutte le tempeste del caso Alitalia): «Certo che la tentazione di andarsene guardandosi in giro è forte. Ma sarebbe una fuga. Adesso sono nel pieno delle mie forze, e voglio tentare tutto il possibile per darle un futuro qui». Questo è parlare. Da uomo, da padre, da italiano. Sono molto contenta per sua figlia, e anche per me. Mi ha fatto sentire meno sola. Ho trentadue anni, sono molto indignata, ma voglio continuare a vivere in Italia. Con tante scorribande all´estero (e invito tutti i ragazzi a fare lo stesso, se possono!), per prendere ciò che qui non trovo, per metterlo nel mio lavoro, per seminare nel mio Paese. C´è troppo da fare e c´è bisogno di tutti.
Benedetta Tobagi
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