mercoledì 13 gennaio 2010

Fuggire dall'Italia?

Andare via dall'Italia è un pensiero che molti fanno. Alcuni si decidono a fare questo passo, altri no. Ma invito tutti coloro che hanno questo pensiero, prima di prendere una decisione definitiva, a leggere questa lettera. E' stata scritta da Benedetta Tobagi (figlia di Walter Tobagi, che spero tutti voi conosciate) proprio in risposta ad un padre che invita suo figlio ad andarsene dall'Italia. Inutile dire che, se la cito qui, è perchè sottoscrivo in pieno ciò che è scritto. Vorrei anche sottolineare il fatto che se non siamo disposti a lottare fin dal momento in cui dobbiamo farci spazio qui, allora non lo faremo neanche per i problemi che troveremo in seguito. Perchè fuori dai nostri confini non troviamo di certo il paradiso.



Caro Direttore, immagino che la lettera di Pier Luigi Celli, "Figlio mio, lascia questo paese" (Repubblica, 30 novembre) sia nata come una provocazione.
Anche concedendolo, mi pare che il testo, per ciò che dice, per come è costruito, sia esso stesso un sintomo preoccupante dei mali che vorrebbe denunciare: anche per questo, credo, ha dato fastidio a molti. È triste che per denunciare una situazione di grave disagio e degrado della vita civile, il direttore generale dell´università Luiss scelga l´espediente retorico della "lettera al figlio", e si lanci in doglianze dure, ma generiche, sui mali italiani e sull´assenza di un futuro possibile per i giovani che restano a vivere in Italia.
Se di provocazione si tratta, infatti, sarebbe stato uno scossone salutare che uscisse piuttosto dalla penna di un figlio, o comunque, di un giovane. L´identità dei figli si costruisce anche nella contrapposizione al mondo dei padri. Il momento della critica è parte integrante del processo di maturazione. Dalla penna di un padre, tanto più in questo caso, considerata la posizione pubblica che ricopre, sarebbe stato bello leggere del suo impegno accademico per tentare di rinnovare la classe dirigente, ritrovare - magari - un´analisi degli ostacoli incontrati, un atto di denuncia del mondo che conosce o ha conosciuto, con fatti, dati, numeri e nomi. Parole pensate per continuare ad agire sul proprio frammento mondo, nel tentativo di renderlo, anche se in piccolo, più abitabile, anche per il figlio. Parole che insegnassero al figlio il coraggio e l´ostinazione dell´impegno, anche se le circostanze ambientali sono le più scoraggianti. Invece il padre, confessato il proprio personale fallimento, incita il figlio ad andarsene.
Conta solo il privato, il proprio interesse: non fare il mio errore, pensa a te e vattene lontano. A lui, istruito, intelligente, brillante, non affida il messaggio di mettercela tutta, a costo di delusioni, frustrazioni, sacrifici, per risollevare le sorti del Paese, perché spendersi per il bene comune, proprio quando le cose vanno male, "qualunque cosa succeda" (per citare l´avvocato Giorgio Ambrosoli) è un´impresa che riempie di senso la vita. Ai figli tocca l´onere di affrontare questo Paese ferito e travagliato e anche denunciarne i mali, ma i padri non dovrebbero abdicare al proprio ruolo.
A livello simbolico, il padre è l´uomo divenuto capace di accudimento e di responsabilità. Al padre spetta di lavorare nel mondo e preparare il figlio a entrarvi. La letteratura classica ci consegna le immagini potenti di Ulisse, Enea e soprattutto Ettore, l´eroe dei troiani: accomunati dal tratto paterno inteso come progetto di futuro e responsabilità. In un bel saggio intitolato proprio "Il gesto di Ettore" lo psicanalista Luigi Zoja analizza gli effetti dell´attuale "rarefazione del padre", il venir meno di "riti di passaggio all´età adulta mediati da figure paterne autorevoli" e di "un modello verticale capace di innescare processi sulla responsabilità".
La lettera di Celli si basa sull´assunto che oggi l´alternativa è tra rassegnarsi allo schifo o scappare e salvare se stessi. Non è così. Le "passioni grigie", come le ha chiamate Remo Bodei (onestà, onore, rispetto di sé e dell´altro, far bene il proprio lavoro, non accettare corruzione e intimidazione) non sono morte. Girando per l´Italia, soprattutto frequentando il circuito "invisibile" delle associazioni culturali, o i poli di una rete come "Libera", si incontra tanta gente che lavora, e molto bene, e soprattutto con i ragazzi, per creare anticorpi a una situazione che a troppi sembra senza speranza. Luoghi dove la denuncia di ciò che non va si accompagna sempre ad azioni costruttive: magari a livello locale, su piccola scala: ma l´umiltà del passo dopo passo è la linfa e la premessa di ogni vero cambiamento.
Penso a una sostituto procuratore che ha speso la vita a cercare di contrastare i reati ambientali e la criminalità organizzata. Con frustrazioni e difficoltà quasi inimmaginabili. Quando si scoraggia, pensa alle parole di suo padre, avvocato e sindaco, che le ha trasmesso il senso del valore di compiere il proprio dovere. Si rende conto che il problema è strutturale e occorrerebbe modificare la mentalità dei cittadini. Continua dunque a fare il suo lavoro, però investe tempo anche in incontri pubblici per sensibilizzare la popolazione locale sulle problematiche ambientali. Ha una figlia che studia legge. In Italia. Penso a chi si rompe la testa per cercare di immaginare modi, linguaggi, strumenti nuovi per trasmettere ai ragazzi una cultura del rispetto delle regole, linfa perché domani l´Italia sia un po´ diversa. Ci sono padri che vivono con lo spettro di dover lasciare il paese, un domani, perché non riescono più a mantenere se stessi e la famiglia. Un giovane freelance, classe 1972, orgoglioso padre di una bimba di un anno (la madre, neanche farlo apposta, è una hostess di terra che ha sofferto tutte le tempeste del caso Alitalia): «Certo che la tentazione di andarsene guardandosi in giro è forte. Ma sarebbe una fuga. Adesso sono nel pieno delle mie forze, e voglio tentare tutto il possibile per darle un futuro qui». Questo è parlare. Da uomo, da padre, da italiano. Sono molto contenta per sua figlia, e anche per me. Mi ha fatto sentire meno sola. Ho trentadue anni, sono molto indignata, ma voglio continuare a vivere in Italia. Con tante scorribande all´estero (e invito tutti i ragazzi a fare lo stesso, se possono!), per prendere ciò che qui non trovo, per metterlo nel mio lavoro, per seminare nel mio Paese. C´è troppo da fare e c´è bisogno di tutti.
Benedetta Tobagi